Dottrina sociale della Chiesa. Interessante analisi di Michele Gelardi

Riceviamo e pubblichiamo la relazione che Michele Gelardi, opinionista e docente di diritto, ha presentato al convegno sulla “Attualità della Dottrina sociale della Chiesa” organizzato a Piana degli Albanesi dalla Fondazione “Forum della dottrina sociale cattolica” e da “Radici Cristiane d’Europa” ETS. Il convegno è stato preceduto da una Santa Messa concelebrata con rito cattolico e ortodosso.

Un luogo comune vuole che il cattolicesimo si opponga al libero mercato, chiamato dispregiativamente capitalismo. In verità nelle encicliche papali che danno corpo alla DSC alcuni passi legittimano l’idea di una contrapposizione con il liberalismo.  Ma a quale liberalismo si riferiscono i pontefici? Indubbiamente alla cultura giacobina, ispiratrice della Rivoluzione Francese. Quella cultura intrisa di razionalismo-positivismo che ha sbocco nell’edificazione dello Stato assolutista, investito della funzione di misura ultima della morale. In quest’alveo culturale, sotto la guida della “Dea Ragione” si intende superare il c.d. oscurantismo religioso, ma si perviene a una morale di Stato, che finisce col rinnegare la distinzione tra “ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio”, pietra angolare della nostra civiltà occidentale fondata su libertà e democrazia.
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In verità, la DSC e la dottrina della fede non si oppongono affatto al libera iniziativa economica di mercato, come dimostra la storia e l’analisi teoretica.
La storia ci dice, per esempio, che le prime forme moderne di libero mercato nacquero nelle aree di cultura cattolica. Nei comuni italiani, non succubi della potestà temporale dell’impero e tutelati dall’autorità spirituale della Chiesa, si poterono insediare governi autonomi e presero forma le prime repubbliche mercantili della storia, antenate del c.d. capitalismo moderno. Dovrebbe ricredersi Max Weber, che attribuì esclusivamente all’etica protestante, soprattutto calvinista, la capacità di generare l’economia di mercato. Il rapporto di causa-effetto non ha ragion d’essere, posto che le comunità mercantili ebbero vita ben prima della Riforma luterana-calvinista, come ampiamente documentato dalla moderna storiografia. C’è solo da sottolineare una differente concezione del profitto economico nei due sistemi etici. Nella dottrina protestante, assume il ruolo di indice della benevolenza di Dio nei confronti dell’homo faber, cosicché tende a divenire fine a sé stesso. Nell’etica cattolica, il profitto economico è sempre strumentale, ponendosi a servizio del benessere e della giustizia sociale. Al di là di questa differenza, c’è la base cristiana comune.Al di là di questa differenza, c’è la base cristiana comune.

La storia ci dice inoltre che un grande impulso all’affermarsi dell’economia di mercato è venuto dalla scuola teologica di Salamanca (1400 – 1500), che ravvisa nella libera iniziativa economica l’espressione della originaria dignità della persona, donata da Dio a tutti gli uomini – al pensiero liberale è riconosciuto da Schumpeter e altri grandi esponenti della scuola austriaca.
L’analisi teoretica ci dice che la dottrina
cattolica non è contraria al libero mercato, anzi lo incoraggia, per almeno 4 motivi
1 –  C’è una stretta correlazione tra la dottrina cattolica del libero arbitrio e il riconoscimento della libera iniziativa economica della persona nel mercato. Il libero arbitrio dell’uomo è il postulato di fondo del cristianesimo, senza il quale non si può pensare alle pene dell’Inferno e alle
letizie del Paradiso. L’uomo è meritevole dell’inferno o del paradiso, perché assume la responsabilità delle sue azioni nel contesto sociale.  Il che significa che è libero di agire, in primo luogo, nei rapporti che gli assicurano la sopravvivenza, ossia in quei rapporti di collaborazione e scambio che soddisfano i bisogni materiali.  Il libero arbitrio non è solo la libertà di scegliere il proprio destino spirituale, ma si estende a tutti gli ambiti dell’attività umana, inclusa la sfera economica. Rende l’uomo responsabile delle sue azioni e capace di creatività. La DSC afferma il diritto all’iniziativa economica come una manifestazione di questa libertà e della creatività umana. Ogni persona ha il diritto di mettere a frutto i propri talenti per contribuire al bene comune e ricavare il giusto frutto del proprio lavoro (Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, n. 436, 439
2 – Il secondo motivo risiede nella dottrina del diritto naturale.  La Chiesa antepone la persona e la società all’autorità politica. In questo senso parla di soggettività della persona e soggettività della società.  La persona è soggetto di diritto, a prescindere dall’autorità politica. Il diritto non nasce dalle deliberazioni politiche, ma è il dono di Dio a corredo della dignità originaria della persona. Lo Stato non conferisce il diritto, ma riconosce un diritto giò costituito per via naturale. Ciò presuppone la libera dinamica delle relazioni sociali; in primo luogo di quelle relative alla cooperazione economica, volta a soddisfare i bisogni primari dell’esistenza. Fra questi diritti naturali un posto di primo piano occupa il diritto di proprietà, che salvaguarda l’individuo e la famiglia dall’invasività dell’autorità politica, recingendo uno spazio inviolabile di privatezza, e costituisce la giusta ricompensa del sacrificio personale e del lavoro.
 Dunque l’idea del Diritto Naturale (DN) nella Dottrina Sociale della Chiesa (DSC) non solo postula, ma esige il riconoscimento dei rapporti sociali spontanei, tra i quali rientrano i rapporti economici del libero mercato.
3 – Il principio di sussidiarietà, alla base della Dottrina Sociale della Chiesa, assegna allo Stato il compito suppletivo di intervenire nei campi nei quali la libera iniziativa dei privati, delle associazioni volontarie e dei corpi intermedi non si rivela idonea e sufficiente. Dunque la funzione sussidiaria della res publica postula una primaria res privata, che si attiva nelle relazioni sociali, a partire da quelle economiche di mercato. Lo Stato deve garantire la sicurezza (proprietà privata, contratti), deve stabilire regole del gioco e vigilare sulla loro applicazione. In ambito economico deve intervenire per prevenire la formazione di monopoli o pratiche sleali che distorcono il mercato a scapito dei più deboli. Non deve intervenire come operatore economico.
4 – Il principio, caro alla DSC, della destinazione universale dei beni. Poiché la destinazione è ben diversa dalla proprietà, è chiaro che stiamo parlando della distribuzione.  Allora la domanda è questa: la distribuzione dei beni più equa si realizza mediante la libera dinamica di mercato o la pianificazione centralistica dell’autorità politica?  Per rispondere a uesta domanda dobbiamo prendere in considerazione lo strumento giuridico dell’una e dell’altra.
La pianificazione di Stato non può “universalizzare” alcunché, perché nasce da un atto potestativo. L’autorità politica non incontra alcun antagonista, posto in posizione paritaria, con il quale sia costretto a dividere vantaggi e svantaggi. I suoi atti sono necessariamente selettivi; danno agli uni e sottraggono agli altri. Al contrario, l’operatore di mercato deve rinunciare a qualcosa, condividendo i suoi vantaggi con l’antagonista di mercato. Il sinallagma contrattuale, alla base della relazione economica, assicura la reciprocità dei benefici. È questa l’unica possibilità che i beni della terra vengano utilizzati a vantaggio di tutti.
 il mercato non solo è più efficiente, ma anche più equo della pianificazione. Ciò si deve ai caratteri intrinseci del contratto, che è lo strumento giuridico del mercato, e a quelli dell’atto amministrativo, che è lo strumento giuridico della pianificazione pubblica. Il contratto impone la compensazione degli interessi dei contraenti e dunque l’equa ripartizione delle utilità in gioco; l’atto amministrativo non deve compensare alcunché, perché costituisce l’esercizio di una potestà. L’operatore di mercato incontra il suo antagonista, la cui volontà ha pari forza, ed è costretto a scendere a patti con lui; non può contrarre, se non soddisfa l’interesse altrui accanto al proprio. Solo la reciprocità dei vantaggi/svantaggi assicura la possibilità di stipulare; senza il sinallagma, ossia la reciproca dipendenza delle prestazioni obbligate, che realizzano gli interessi di controparte, il contratto non può sussistere. Ciò significa che gli interessi contrapposti dei contraenti trovano comunque soddisfazione. La compensazione degli interessi è l’esito inevitabile dell’incontro di due volontà poste su un piano paritario.  La condizione di equilibrio delle volontà non appartiene invece alla sfera della res publica, amministrata con atti potestativi. L’autorità pubblica non ha bisogno del consenso dell’interessato. Essa, nel disporre gli atti ammnistrativi di pianificazione economica, non incontra alcun antagonista che fa valere interessi contrapposti. Il bilanciamento dei vantaggi/svantaggi è lasciato alla valutazione unilaterale di un soggetto, che non assume alcun obbligo di reciprocità con un altro. Manca l’antagonista di controparte, perché il potere è per sua natura monopolista e i suoi atti sono unilaterali, espressivi di una sola volontà, superiore e cogente. Manca correlativamente la compensazione necessaria degli interessi coinvolti.
L’autorità pubblica dà agli uni e sottrae agli altri, a suo piacimento. I suoi atti sono necessariamente selettivi e non compensativi. L’autorità pubblica non distribuisce ciò che produce da sè, bensì la ricchezza prodotta dai privati.  Redistribuisce ciò che il mercato libero avrebbe distribuito, non intenzionalmente, con lo strumento contrattuale; perciò seleziona intenzionalmente i beneficiari, i cui interessi risultano soddisfatti, mentre ignora i coesistenti interessi che soccombono.  Quale distribuzione risulta dunque più equa? Quella non intenzionale, risultante dalla libera contrattazione di mille operatori, l’un l’altro indipendenti, o quella intenzionale, che persegue finalità politiche ben precise? Quella necessariamente compensativa o quella selettiva e autoritaria, che discrimina interessi vincenti e soccombenti? 
In conclusione, il luogo comune della contrapposizione cattolicesimo-liberalismo si rivela fragile e inconsistente, sia per fatti storici, sia per le premesse dottrinali.

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