Mostra “L’arte della Libertà” basata sulle esperienze di 30 detenuti dell’Ucciardo ne

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Inaugurazione venerdì 28 alle 18,30 a Palazzo Branciforte la mostra ideata da Loredana Longo, “Quello che rimane” quale risultato finale del progetto L’ARTE DELLA LIBERTÀ,curato da Elisa Fulco e Antonio Leone, all’interno della Casa di Reclusione Calogero di Bona – Ucciardone di Palermo. Un diario di bordo che documenta con scritte, disegni e oggetti il processo artistico che ha trasformato l’esperienza del tempo condiviso di trenta persone, tra detenuti, operatori socio sanitari, operatori museali e polizia penitenziaria, in installazioni, video e performance. Le opere, disseminate negli spazi labirintici del Monte dei Pegni di Palazzo Branciforte e che funzionano come capitoli di una storia attraverso cui rileggere le tappe del progetto, saranno visibili fino al 29 marzo.

Il progetto L’ARTE DELLA LIBERTÀ, nato con l’obiettivo di introdurre la pratica artistica e l’arte contemporanea in ambito carcerario, per generare nuove relazioni e creare un racconto inedito di questo luogo, per collegare il dentro al fuori, si è svolto nel corso del 2019 sotto la guida dell’artista Loredana Longo e la supervisione scientifica dello psichiatra Sergio Paderi dell’Azienda Sanitaria Provinciale di Palermo (ASP).

Commenta così il presidente di Fondazione CON IL SUD, Carlo Borgomeo: «Se l’arte è in generale un’espressione di libertà, proporla all’interno di un carcere vuol dire farne anche un potente strumento di liberazione, attraverso il quale far emergere la conoscenza e la consapevolezza della propria persona. La sfida è di dimostrare che la pena non è l’inizio di un destino segnato, ma è piuttosto un bivio davanti al quale è possibile intraprendere una nuova strada. Avere accanto le giuste persone e le giuste opportunità in questo cammino è di fondamentale importanza per vincere. La Fondazione CON IL SUD ha sostenuto questo progetto, e altre circa 30 iniziative nello stesso ambito, perché crediamo nella possibilità di fare della pena un momento per ricostruire il rapporto con la società, non per romperlo». A cui si aggiungono le parole di Raffaele Bonsignore, Presidente di Fondazione Sicilia, che osserva: «Siamo particolarmente felici di ospitare questa seconda fase del progetto per tanti motivi. Primo fra tutti è accogliere una mostra che racchiude la sensibilità e la creatività dei detenuti su temi che li riguardano personalmente e su cui tutti noi siamo chiamati a riflettere. Tra gli obiettivi della Fondazione figurano, da sempre, il dialogo e l’inclusione, e questa iniziativa li favorisce entrambi».


Quello che rimane è una riflessione corale sul tema della libertà e della reclusione, del tempo come personale unità di misura e della creatività, come forma residuale di libertà e via di fuga da spazi chiusi e da pensieri limitanti. L’esposizione, costruita dall’artista come un diario di bordo, documenta con scritte, disegni e oggetti il processo artistico che ha trasformato l’esperienza del tempo condiviso in installazioni, video e perfonce, in cui le opere disseminate negli spazi labirintici del Monte dei Pegni di Palazzo Branciforte funzionano come capitoli di una storia, attraverso cui rileggere le tappe del progetto.
Dall’insegna luminosa Volare per una farfalla non è una scelta, all’omonima maglietta che ospita la frase-manifesto del progetto, elaborata dal gruppo il primo giorno di lavoro; dall’installazione Il buco nella rete, composta di strisce di tessuto su cui sono raccolte le frasi sulla libertà realizzate dal gruppo misto dei partecipanti, le cui parole fluorescenti, appositamente illuminate, aprono nuove prospettive, a Il Tempo che rimane, sorta di tenda che scandisce il tempo in parti uguali, ospitando modi diversi di rappresentarlo e di interpretarlo graficamente.
A cui si aggiunge il ciclo di performance che, attraverso le video installazioni, mette in scena il cambiamento del rapporto tra tempo e spazio quando ci si muove in percorsi obbligati e costrittivi come in Avanti e indietro dove il corridoio diventa il luogo di passeggiate forzate; o in La mappa dell’abitudine, ricostruzione dello spazio di una cella a partire dai disegni preparatori; in Il Tempo del tempo libero, dove sono mimati i camminamenti dei detenuti nelle ore di libertà, le cui tracce diventano dei ghirigori grafici che segnano le traiettorie prodotte dai performer indossando stivali di gomma con tacchi di grafite; e in Il muro di carne dove un cerchio umano impedisce alle persone di uscire. 
La mostra, dunque, ribalta e cancella le distinzioni tra libertà e detenzione, rivelando l’ambiguità implicita nel concetto stesso di libertà, mostrando come la creatività, sospendendo ruoli e funzioni sociali, riporta l’attenzione sui bisogni e i desideri comuni, creando una nuova immagine del carcere, che apre e collega simbolicamente il dentro al fuori.

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